
Stiamo diventando tutti stupidi?
Una riflessione sull'anti-intellettualismo della politica e della comunicazione
Qual è il motivo per cui siamo diventati così insofferenti all'approfondimento?
È una cosa mia oppure è vero che negli ultimi anni pretendiamo di essere imboccati con le informazioni? I contenuti, che siano informativi, di intrattenimento, di discussione, non importa, sono diventati più brevi, meno approfonditi, superficiali, adatti solo ad attirare una fugace attenzione da parte di un mondo distratto e sgarbato.
Siamo diventati tutti stupidi nel giro di qualche anno? Perché non siamo più in grado di reggere una discussione? Perché vogliamo le cose semplici, premasticaste, già digerite? Vogliamo tutto già pronto, già ragionato. Vogliamo che le questioni ci siano spiegate nel tempo di un TikTok, e anche lì, non troppo lungo, mi raccomando.
Ma che cosa è successo, esattamente? Da dove viene questo cambiamento o, se vogliamo essere più onesti, questo decadimento?
"Buonasera a tutti i telespettatori, gli ospiti di oggi sono politici e anti-intellettuali"
Siamo nell'era dell'anti-intellettualismo. Dalla politica alla critica culturale, dalla letteratura al cinema, ci troviamo in un momento storico in cui interrogarsi sul significato delle cose sembra qualcosa di cui vergognarsi.
Per anti-intellettualismo intendiamo il rinnegare e diffidare dell'intelletto e dell'intellettualismo: quell'attenzione verso la letteratura, l'arte, le scienze. Questa forma di ostilità nasce dalla percezione che queste attività siano elitarie, impossibili da praticare per la gente comune, troppo lontane dalla realtà. Gli anti-intellettualisti si sentono i difensori del popolo contro una classe di istruiti che domina e decide. Una specie di Robin Hood del pensiero semplice.
"La mia ignoranza vale quanto il tuo sapere." È questa la falsa equazione su cui si fonda tutto.
Come quasi tutte le nostre abitudini culturali peggiori, anche l'anti-intellettualismo moderno fa la sua comparsa e si sviluppa in modo preponderante negli Stati Uniti. Durante l'ultima campagna elettorale per l'elezione del presidente, Donald Trump ed Elon Musk hanno dato libero sfogo di tutti i comportamenti più tipici del populismo più becero: la divisione polarizzante tra il popolo e gli esperti, i "professoroni" (qualcosa di familiare?), il rifiuto totale della fiducia nella scienza e nell'élite accademica.
E qui c'è un elemento che mi ha sempre fatto sorridere, in modo un po' amaro: l'attacco verso l'élite, portato avanti da due miliardari che sognano di controllare le istituzioni mondiali o di mandare la gente su Marte. Ma l'élite, in questo racconto, sarebbero gli esperti invitati a parlare in qualche trasmissione televisiva. Curioso, no?
Oltre 45 anni fa, lo scrittore Isaac Asimov scrisse un articolo che oggi appare di una modernità sconcertante. Il testo ruota attorno a una riflessione precisa: la falsa credenza che la democrazia implichi che "la mia ignoranza valga quanto il tuo sapere". Un'idea pericolosa, perché suona come un'affermazione di uguaglianza, quando invece è esattamente il contrario.
Questa dinamica si è fusa perfettamente con il populismo contemporaneo. Marco Revelli, nel suo "Populismo 2.0", descrive come il populismo abbia portato a un impoverimento sistematico del discorso pubblico e politico: la lotta si struttura tra l'"alto" (l'establishment, gli esperti, i giornalisti, gli intellettuali) e il "basso" (il popolo, la gente, i pensieroforti-ma-senza-laurea). In questo schema, la complessità diventa automaticamente sospetta. Chi argomenta troppo ha qualcosa da nascondere. Chi spiega troppo sta cercando di fregare qualcuno.
Il risultato? Un dibattito pubblico dove semplificare equivale a essere autentici, e approfondire equivale a essere snob.
Il fenomeno, devo dire purtroppo, non riguarda solo la politica. Nell'arte e nella cultura, stiamo assistendo a qualcosa di simile: l'appiattimento culturale. La produzione culturale si è adattata, o ancora peggio, forse si è fatta schiava, di logiche di consumo rapido. I film sono più semplicistici, le canzoni sono più corte, i romanzi devono catturare nei primi tre paragrafi o vengono abbandonati. La critica, quella vera, che quella che contestualizza, interpreta, mette in discussione, è quasi sparita dall'orizzonte pubblico.
Sui social network, la recensione è diventata una reaction. Un cuore. Un pollice su o giù. L'algoritmo premia ciò che genera engagement immediato, non ciò che stimola riflessione. E così anche chi produce contenuti culturali, come scrittori, registi, musicisti, artisti, finisce per adattarsi a questi criteri, perché altrimenti semplicemente non esiste.
L'algoritmo non premia la profondità. Premia la velocità di reazione.
Gli algoritmi delle piattaforme digitali, come sottolineano diversi studi, stanno progressivamente omologando la produzione culturale: ciò che funziona viene replicato, moltiplicato, imitato fino all'esaurimento. Ciò che è sperimentale, difficile, non immediatamente comprensibile, viene penalizzato nella distribuzione. Il mercato decide cos'è cultura, e il mercato vuole cose che si consumano in fretta.
"Perché vai all'università? Tanto non ti serve"
L'anti-intellettualismo non colpisce solo il dibattito politico o la produzione artistica. Entra nelle case, nelle conversazioni familiari, nei commenti sotto i post. Quante volte abbiamo sentito qualcuno essere criticato per aver scelto di laurearsi in materie umanistiche? Quante volte la cultura generale è stata liquidata come "roba inutile"? Quante volte qualcuno ha detto "eh ma i professori vivono in una bolla, non sanno com'è il mondo reale"?
Questo impoverimento del discorso sociale è forse la conseguenza più sottile e più pericolosa di tutto il fenomeno. Non si tratta solo di non leggere libri o di non andare al cinema d'autore. Si tratta di smettere di ritenere che l'approfondimento abbia valore. Di convincersi che chi studia, chi ricerca, chi conosce le sfumature stia perdendo tempo, o peggio, stia cercando di sembrare superiore.
E in un paese come l'Italia, dove il livello di impoverimento culturale è documentato dà dati preoccupanti, questo trend non è una notizia nuova. È una crisi strutturale che va avanti da decenni.
Da dove viene, davvero, tutto questo?
Le cause sono intrecciate, e sarebbe troppo semplicistico (ironicamente) ridurle a una sola. Ci sono almeno tre livelli da considerare.
Il primo è tecnologico: i social network e le piattaforme digitali hanno radicalmente cambiato il modo in cui consumiamo informazioni. La brevità è diventata una virtù per necessità e poi un'abitudine, e poi un'aspettativa. L'attenzione si è accorciata, non perché gli esseri umani siano diventati incapaci di concentrarsi, ma perché l'ambiente informativo è stato progettato per interrompere e catturare continuamente.
Il secondo è economico e politico: la semplificazione paga, elettoralmente e commercialmente. Un messaggio complesso non va virale. Un'analisi sfumata non fa arrabbiare abbastanza da essere condivisa. L'outrage semplice batte sempre l'argomentazione articolata, in termini di reach.
Il terzo è culturale in senso stretto: abbiamo progressivamente smesso di valorizzare la cultura come bene comune. La scuola è sotto-finanziata, la lettura è in calo, i luoghi di dibattito pubblico, come i giornali, le riviste, i circoli, i teatri, sono in crisi. E senza spazi e occasioni per praticare il pensiero critico, il pensiero critico arrugginisce.
E adesso? Si fa qualcosa, oppure no?
Non voglio finire questo articolo con una lista di buoni propositi o con il solito "dobbiamo leggere di più" che suona come una predica della domenica. Ma qualcosa lo dico lo stesso.
La rinascita del dibattito pubblico, ammesso che sia possibile, e io credo che lo sia, non può essere delegata alle istituzioni o agli algoritmi. Passa dalle scelte individuali: scegliere di approfondire, di tollerare la complessità, di non liquidare chi sa più di noi come un nemico ma come una risorsa. Passa dal valorizzare chi fa un lavoro di qualità, che sia un giornalista, un critico, uno scrittore, un ricercatore. Passa anche da chi, come me, con i social ci lavora
Devo dire una cosa anche per me e per chi, come me, lavora con i social. Perché sarebbe comodo fermarsi qui e puntare il dito verso gli algoritmi, le piattaforme, i politici populisti. Ma chi gestisce community online, costruisce strategie di contenuto, presidia spazi digitali, ha una responsabilità precisa in tutto questo. Possiamo scegliere di inseguire l'engagement a tutti i costi, o possiamo scegliere di costruire ambienti virtuali in cui le persone si sentano stimolate a pensare, a confrontarsi, a dissentire con rispetto. Non è necessariamente meno efficace. È sicuramente più difficile. Ma è l'unico modo per non essere parte del problema mentre ci lamentiamo del problema.
Le community vere, quelle in cui succede qualcosa di significativo, in cui le persone tornano perché trovano valore e non solo distrazione, si costruiscono con cura, con intenzione, con la consapevolezza che ogni contenuto che pubblichiamo è un piccolo voto su che tipo di spazio pubblico vogliamo. Anche online.
La stupidità collettiva non è un destino. È una scelta che stiamo facendo tutti i giorni, un TikTok alla volta. E si può anche scegliere diversamente.
Fonti e riferimenti: Isaac Asimov, "A Cult of Ignorance" (1980); Marco Revelli, Populismo 2.0; Mark Thompson, La fine del dibattito pubblico; dati sull'impoverimento culturale italiano (InfoSannio, 2023); studi sugli algoritmi e appiattimento culturale (AgendaDigitale.eu).